Sul laboratorio Tabucchi e il viaggio

La scoperta (e la fascinazione) della letteratura di Antonio Tabucchi

Intervento (ampliato) del prof. Ovidio Della Croce al Pisa Book Festival

Le facce dei ragazzi e delle ragazze che hanno partecipato al laboratorio pomeridiano su “Tabucchi e il viaggio”, all’inizio, erano curiose, dubbiose, perplesse. Le facce di noi insegnanti, invece, erano felici e tranquille. Sapevamo che la scelta del tema del viaggio era giusta per avvicinare i ragazzi ad alcune opere di Tabucchi. Avevamo organizzato il lavoro da fare, le diverse fasi, i metodi, gli obiettivi, per dirla in due parole le “strategie didattiche” per il laboratorio. Avevamo fatto il “cronoprogramma”, ce lo chiede l’Europa, perché il progetto è stato finanziato con i fondi europei e richiedeva una documentazione precisa di quello che veniva fatto.

Avevamo scelto i testi di Antonio Tabucchi da proporre alla lettura. Un testo fondamentale era Atlante, che apre Viaggi e altri viaggi, e comincia così:

“La scoperta (e la fascinazione) della letteratura venne con l’adolescenza”.

Tabucchi la scoprì grazie a L’isola del tesoro, e scoprì i segni del mondo grazie all’Atlante De Agostini.

La cosa più importante nel condurre il laboratorio non era scritta nel “cronoprogramma” ma covava dentro di noi, era la speranza di poter affascinare i 24 giovanissimi studenti alla letteratura, a un libro, a un racconto di Tabucchi. Con un po’ più di lucidità la nostra speranza era riformulata così: fare un buon laboratorio letterario, quello a cui sognavamo di partecipare quando andavamo a scuola.

Discutendo tra noi insegnanti sapevamo che dovevamo contrastare un paio di luoghi comuni abbastanza diffusi: il cliché della letteratura come qualcosa di noioso, e l’idea di un Tabucchi inaccessibile a studenti dodicenni e tredicenni, che scrive testi difficili, fatta eccezione per Sostiene Pereira e poco altro. Tabucchi viene poco studiato nella scuola, perché ritenuto un autore difficile per i giovani studenti della scuola media. Spesso, però, i docenti delle superiori non trattano Tabucchi probabilmente perché non lo conoscono bene o forse non ritengono lo studio di questo autore come imprescindibile per il Novecento.

Non ho il tempo né per raccontare in modo più specifico come si è svolto il laboratorio, né dire dell’importanza di Tabucchi nel Novecento, soprattutto negli anni Ottanta, quando riporta in vita un genere, che è stato fondativo nella nostra letteratura da Boccaccio fino all’altro ieri, quello del racconto. Dico soltanto che una studentessa, Sara Bonaretti, durante una piccola intervista che mi fece per il videogiornale della scuola, mi chiese a bruciapelo: “Qual è il suo libro preferito di Tabucchi?” Ebbi un attimo di esitazione, perché il mio è un amore per tutte le opere di Antonio Tabucchi, poi risposi con la rapidità che si deve avere nelle interviste: Il gioco del rovescio. In quel momento lo scelsi forse perché ricordai che fu il suo primo libro che lessi e che “la scoperta (e la fascinazione) della letteratura” di Tabucchi avvenne con quel titolo. Poi ho riflettuto sul perché di quella mia scelta istintiva e ho capito che Il gioco del rovescio è il libro della svolta nella ricerca di Tabucchi. “Dalla Toscana a Lisbona” si intitola questo nostro incontro, quel libro rappresenta bene il viaggio di uno scrittore italiano “un po’ zingaro” per i numerosi viaggi e a chi gli chiedeva: “Qual è la sua patria?”, lui rispondeva: “La mia patria è lingua italiana”. Uno scrittore italiano che rinnova la tradizione della narrazione breve innervandola di situazioni, di sentimenti, di umori che non sono tipicamente italiani. Il gioco del rovescio è una raccolta di racconti tra i più belli scritti dal dopoguerra italiano in poi, qualche critico lo colloca ai vertici della letteratura non solo europea, ma mondiale.

Mi avvio alla conclusione ricordando due aperture che mi hanno colpito in questo laboratorio su “Tabucchi e il viaggio”.

La prima è tra il dentro e il fuori, cercare qualcosa di noi stessi e trovare le parole per esprimerlo. Ricordo che, quando uscimmo dalla visita al cinema teatro Olimpia, una ragazza rimase colpita da una frase che aveva ascoltato: “Cercare gli altri per trovare se stessi”. Si avvicinò, aveva l’aria felice, mi disse che le piaceva quella frase e le era venuta la voglia di scrivere. “Durante un suo viaggio in Francia Tabucchi lesse un libro di Pessoa, Bureau de tabac, uno scrittore portoghese che lo colpì profondamente tanto da mettersi alla sua ricerca. Alla fine egli, oltre a trovare quello che stava cercando, ritrovò se stesso, un viaggiatore, un amante della letteratura, un vero e proprio scrittore. Questo teatro è stato un luogo molto importante per Tabucchi, è il posto dove tutto è iniziato”. (Linda Fruzzetti, Cercare gli altri per trovare se stessi, alla sezione “Diari” di questo blog).

Ecco, siamo entrati nel gioco tabucchiano. Basta una frase. Ottima per cominciare la frequentazione di Tabucchi a partire dall’incontro con uno sconosciuto poeta portoghese, che si chiama Fernando Pessoa, e che incanta il giovane Antonio per la capacità di raccontare le vite altre che sono dentro la nostra.

La seconda apertura di questo laboratorio è l’apertura all’inaspettato, a ciò che non conosciamo. Nell’opera di Tabucchi, per esempio, ci si apre all’uso di nuove parole come saudade, parola concetto difficile da tradurre; o a nuove espressioni, come “controbilanciare il sublime”. Ecco un esempio: “L’Autore narra della visita al palazzo dell’Escorial di Madrid, residenza reale, e di come questa visita debba essere “controbilanciata” da un bel piatto di gustosa trippa, il callos, alla trattoria più rinomata del villaggio sottostante la reggia. Secondo Tabucchi è sublime tanto la visita culturale quanto un buon piatto di callos ben cucinato”. (Aurora Giordani, Controbilanciare il Sublime, nella home del blog).

Nel laboratorio abbiamo scelto le cose da fare e approfondire nel tempo che avevamo a disposizione, senza sprecarlo e senza correre, il nostro simbolo è stato un palloncino e subito i ragazzi hanno capito perché analizzando i documenti durante il lavoro di gruppo.

Alla fine del laboratorio c’erano dei quadernini neri come quelli che usava Tabucchi da scolaro e da scrittore, c’era una carta geografica alla parete con i segni del giro europeo che si può fare con i suoi libri, c’erano due itinerari lisbonesi realizzati con Google Maps a partire da Requiem e Sostiene Pereira e c’era un blog “Tabucchi Time. Prendete un palloncino e viaggiate con noi!”. Le facce dei ragazzi erano felici. Anche le nostre, però non sappiamo se abbiamo acceso la scintilla della fascinazione per la letteratura di Tabucchi, probabilmente abbiamo raggiunto l’obiettivo più realistico della scoperta, di dare un’idea della sua vita, della sua persona e delle sue opere. Sicuramente ci siamo resi conto che il lavoro sui testi è un lavoro importante, che è difficile stare sulla pagina e abbiamo imparato o imparato di nuovo che le cose belle sono anche difficili e faticose, ma possono darci una qualche soddisfazione.

Ovidio Della Croce

Pisa, giovedì 7 novembre 2019

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