Gli Zingari e il Rinascimento

Sabato 19 ottobre alle ore 17:30 presso la Sala Consiliare del Comune di Vecchiano si è svolta la presentazione del libro Gli Zingari e il Rinascimento di Antonio Tabucchi, evento organizzato dall’Associazione Culturale Antonio Tabucchi con il patrocinio del Comune di Vecchiano. Si tratta di un testo pubblicato per la prima volta nel 1999 per le edizioni Feltrinelli e che adesso, a venti anni di distanza, viene ripresentato in una nuova edizione, arricchito da nuovi scritti e da un racconto inedito Diciannove di agosto, per le Edizioni Le Piagge. L’evento, molto partecipato, è stato ricco di ospiti d’eccezione: il prof. Adriano Prosperi, della scuola Normale di Pisa, che ha proposto un’interessante e approfondita riflessione sulla storia del popolo Rom attraverso i secoli; Sergio Bontempelli, dell’Associazione Diritti e frontiere, esperto di migrazioni e di problematiche delle popolazioni rom e sinte e Alessandro Santoro, cappellano della comunità di base delle Piagge di Firenze, che ci ha proposto importanti riflessioni sul fenomeno migratorio nella nostra società contemporanea sottolineando il valore dell’accoglienza. All’evento hanno dato un contributo anche alcune studentesse del nostro laboratorio, Aurora Giordani e Francesca Cantini, che hanno letto, con bravura ed espressività, alcuni brani tratti dal libro. La partecipazione dei nostri alunni a questa iniziativa è la testimonianza della proficua collaborazione tra la scuola e il territorio con l’obiettivo comune di mantenere viva la memoria del nostro scrittore e far riscoprire aspetti di lui meno noti al grande pubblico, nonché la sua grande attenzione ai diritti delle minoranze e il senso profondo di giustizia da cui è sempre stato animato.

Di seguito riportiamo i brani letti dalle nostre studentesse:

Su nomadi e nomadismo

Parte dell’intervento di Antonio Tabucchi durante la presentazione di La testa perduta di Damasceno Monteiro, Firenze, 3 dicembre 1997.

[…]

“Per quanto riguarda invece la mia propensione al vagabondaggio personale, non posso negare che in qualche modo il nomadismo mi piace molto sia da un punto di vista geografico, certo, ma direi soprattutto da un punto di vista culturale.

A me piacciono le culture nomadi, le idee nomadi. In letteratura e in cultura, soprattutto. Ho un grande sospetto nei confronti delle culture chiuse, delle culture che esigono dei muri e delle palizzate intorno e se stesse. Le considero pericolose, e forse un esame della storia recente della nostra Europa lo potrebbe anche dimostrare. Diventano xenofobe, diventano nazionalistiche e diventano impermeabili, e molte volte acquisiscono un’arroganza per la quale si considerano superiori ad altre culture.

Le culture che trasmigrano, e questa per me è la vera cultura, sono culture che si permeano a vicenda, che si fecondano molte volte, che diventano degli ibridi.

Da questo punto di vista non vorrei appartenere a una cultura che fosse estremamente chiusa, perché il “piccolo” non finisce mai. Uno comincia a dire che è italiano, poi che è toscano, poi che è di Vecchiano. poi comincia a dire … poi finisce nello stanzino. È estremamente spiacevole. Del resto noi sappiamo molto bene che la cultura della nostra Europa, del Mediterraneo, è una cultura fatta di mescidazioni. non esiste una purezza culturale. La ricchezza che noi abbiamo e di cui dobbiamo essere orgogliosi è fatta di grandi incroci. Noi abbiamo avuto le prime popolazioni: i sanniti, i liguri, poi sono arrivati i romani, i greci, gli arabi i longobardi, insomma metteteceli tutti. Questa è in realtà la cultura e se questo, fra virgolette, si può chiamare una sorta di nomadismo’, naturalmente devo dichiarare tutta la mia simpatia per questo nomadismo”.

[…]

Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento, Edizioni Piagge, Firenze 2019, pp. 44-45

Cerim

Cerim ha quattordici anni, e sua madre non gli con­sente ancora di prendere il caffè. “Bibita da grandi,” specifica lui rassegnato, distribuendo a noi e ai genito­ri bustine di zucchero di cui si è sicuramente rifornito in qualche bar cittadino. È un bel ragazzo, ha un forte strabismo, una leggera peluria sopra il labbro superiore. “Cerim, devi farti i baffi,” dico, “ormai è necessario.” “La mia mamma non mi dà il permesso,” risponde Cerim compito, “dice che i ragazzi li possono fare solo dopo i quindici anni.” “Ma così vendi meno rose,” dico io, “con l’occhio storto che hai e codesti baffacci non inviti a comprare le rose, i turisti sono persone raffinate, caro Cerim, sono venuti a Firenze per vedere le bellezze del Rinascimento, mica un ragazzo brutto come te.” Cerim ride. “Tabucchi vuole sempre scherzare,” dice. Cerim mi tratta per Tabucchi, accompagnando sempre il mio cognome con la terza persona. “Tabucchi come sta?”, “Tabucchi cosa ha fatto?”, mi chiede sempre quando arrivo. E io gli rispondo: “Ti riferisci a mio fratello?”. “No!” risponde sempre Cerim, “mi riferisco a Tabucchi Tabucchi.” “Allora io sono un doppio Tabucchi,” insisto io. E le nostre conversazioni vanno avanti così, scher­zando.

Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento, Edizioni Piagge, Firenze 2019, p. 48

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