Intervista a Riccardo Greco

Riccardo Greco è stato amico e allievo di Tabucchi, si è laureato a Siena in lingue e letterature straniere, per qualche anno è stato professore universitario sempre a Siena di Letteratura portoghese e brasiliana, ha fondato la Vittoria Iguazu Editora, ora insegna in una scuola superiore, fa l’editore ed è Presidente dell’Associazione Culturale Antonio Tabucchi. Queste le sue risposte alle domande dei ragazzi.

Vecchiano, martedì 7 maggio 2019

Quando ha conosciuto Antonio Tabucchi?

Ho conosciuto Antonio Tabucchi in questa casa da piccolino perché mio padre, che era un suo caro amico, mi portava alcune volte con sé. Ricordo di aver giocato tra queste piante con i suoi figli Michele e Teresa, che erano un po’ più grandi di me, erano i primi anni Ottanta. Io allora ero un bambino e lui già un signore adulto. L’ho conosciuto poi bene quando, alla fine del liceo, sono andato a Siena a studiare con lui.

Qual è il ricordo più bello che lo lega ad Antonio?

A Siena, al secondo anno di università, quando organizzammo una rappresentazione teatrale diretta dallo stesso Tabucchi e mettemmo in scena la storia di alcuni contadini del Brasile poverissimi che scappavano dalle campagne, dove mancava l’acqua e scarseggiavano i raccolti e dopo giorni di cammino raggiungevano le città, un po’ come facevano i nostri migranti quando lasciavano le terre più povere per trovare da sopravvivere dove ci sono più possibilità. Me lo ricordo bene perché mettemmo in scena questa piccola opera con vari personaggi e, siccome io non ero particolarmente a mio agio come attore, in quanto non avevo mai coltivato il teatro, mi rimase impresso che indossavo un cappello di paglia, una camicia bianca, dei sandali proprio per incarnare questi  contadini del Brasile che non hanno altro che i poveri abiti che indossano.

Quali furono le prime impressioni su di lui?

Un Tabucchi molto affabile, amichevole, generoso, anche ironico, capace di raccontarti degli aneddoti curiosi fino a che non si entrava nell’ambiente accademico, universitario, finché insomma non c’era da studiare; poi, quando ci si metteva a studiare veramente, allora diventava come Dottor Jeckyll e Mister Hyde, perché veniva fuori quella sua parte severa, esigente, durissima che non ammetteva approssimazioni, lo studio doveva essere fatto in un certo modo e guai a chi fraintendeva le sue indicazioni o non riusciva ad ottenere facilmente quello che lui dava per scontato in quanto maestro. Insomma, una grande differenza tra la pace dei sensi che ti dava quando prendeva la chitarra in mano, dopo cena, per cantare uno stornello napoletano e quando ti leggeva invece un capitolo di tesi e ti faceva sentire uno sciocco, perché quando si è giovani si ha davvero tanto da capire e tanto da imparare.

Qual è il libro di Tabucchi che più ha amato?

Sono molto legato ai libri di ambientazione portoghese, come Requiem e Sostiene Pereira, perché il mio rapporto più approfondito con Tabucchi è stato quando sono andato a Siena a studiare lingua e letteratura portoghese.  Quindi alcuni suoi libri coniugano la mia passione per il Portogallo con alcune opere considerate l’apice della sua produzione letteraria. Amo anche molto le sue esperienze giovanili, come i racconti che uscivano negli anni Settanta sulla rivista Il Caffé, mi piace molto Piazza d’Italia perché ambientato in questa terra e io sono toscano, quindi la capisco fino in fondo, sarà perché parla di lavoratori anarchici, di questi luoghi, delle cannelle, di cose che conosco anch’io per esperienza. Però dovessi fare una scelta sicuramente Requiem e Sostiene Pereira mi hanno molto segnato.

Come descriverebbe Tabucchi con una parola?

Lunatico.

Cosa raccontava di lui suo padre?

Erano molto legati, avevano avuto lo stesso professore, Silvio Guarnieri, ma con un piccolo slittamento temporale (una differenza di circa cinque anni). Già al tempo gli studenti che erano un poco più giovani vedevano Tabucchi come uno che aveva fatto una scelta, si dicevano tra loro: lui sai è scrittore.  Si inizia da giovani a scrivere, io non so se alcuni di voi hanno già questa passione, ma in genere si inizia presto. In quegli anni mio padre, che era intimamente poeta, ma non pubblicava, avrebbe pubblicato più tardi, era affascinato all’idea di avere un amico, poco più grande, che già pubblicava e di lui si poteva dire che era uno scrittore, ecco questo gli attribuiva indubbiamente un fascino incredibile. Erano poi anni in cui ci si poneva il problema se lo scrittore dovesse avere anche un impegno civile, se cioè la scrittura dovesse necessariamente parlare di politica, dei problemi della società contemporanea, dei lavoratori. Tabucchi è riuscito a mettere insieme queste due cose. Non ha mai fatto una letteratura a servizio della denuncia politica, ma nei suoi libri, anche quelli più belli, è riuscito a dire delle grandi verità e a dare la sua parola a quelle persone che non ce l’avevano, a passare dei contenuti importanti per tutti riguardanti il riscatto sociale in romanzi profondissimi. E ricordo che Guarnieri, di formazione marxista, mal comprendeva questa maniera di conciliare due posizioni. Ma Antonio vi era riuscito, già in Piazza d’Italia, ma soprattutto con Pereira che alla fine del romanzo riscatta il suo onore e il suo orgoglio a rischio della propria vita, scrivendo quell’articolo di denuncia sulla morte di Monteiro, anche se poi è costretto a fuggire, perché nel suo paese c’è una dittatura in corso, chissà dove, probabilmente in Francia o in un paese più tollerante.

Ci racconta un aneddoto che vi riguarda?

Negli anni in cui ero a Siena sicuramente ci sono state cose curiose.  Siena è una città piccola, in mezzo alla campagna e molti studenti non stanno in centro, ma fuori dalle mura dove ci sono molte trattorie e altri posti che è bello frequentare perché l’atmosfera informale invita alla comunicazione. Mi ricordo di alcune serate estive in un casolare dove io e il suo amico e allievo dell’università di Genova, Roberto Francavilla, abbiamo trascorso delle ore piacevoli, una sorta di rimpatriate con i professori più disponibili che, messi i libri nelle cartelle, venivano con noi a godersi la campagna toscana, che ritorna nei suoi scritti, cenando, cantando o semplicemente per il gusto di stare insieme.

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