Intervista a Massimo Marianetti

Di seguito le risposte alle domande che i ragazzi hanno rivolto a Massimo Marianetti, segretario di Antonio Tabucchi per oltre dieci anni.

Vecchiano, martedì 7 maggio 2019

Che rapporto aveva con Tabucchi?

C’è stato un rapporto d’amicizia e in seguito un rapporto di lavoro ed è stato anche il padre di un mio caro amico perché io sono venuto tante volte a giocare qui con Michele, il figlio, che era un po’ più piccolo di me, ma abbiamo passato tante ore in questo cortile a giocare. Poi venivano Antonio e la Zé che ci portavano in giro, a Viareggio, al mare, al museo di Calci. Erano i primi anni Ottanta. In seguito, finiti gli studi universitari, una domenica d’estate, ricordo che era luglio, mi suonò al campanello (io abitavo di fronte) e mi chiese se quell’estate andavo in vacanza. Io gli risposi che rimanevo a casa e a quel punto mi chiese se potevo dargli una mano a trascrivere al computer un libro che aveva appena finito di scrivere. Era l’estate del 1993. Da allora il rapporto è proseguito ininterrotto per oltre dieci anni fino al 2004. In questo periodo, quando era a Vecchiano, mi dettava i suoi libri, racconti, lettere, interviste e gli facevo da segretario rispondendo a tante persone. Ho letto anche molti manoscritti di giovani autori che gli mandavano opere di narrativa e, per ogni libro, scrivevo di cosa parlava. Tra questi c’erano anche scrittori importanti, come Ugo Riccarelli. Io ero abituato a leggere perché all’università si studia, si legge e si riassume e così facevo delle piccole recensioni. La cosa che mi colpì di più è che se nelle mie recensioni intravedeva qualcosa di interessante, allora leggeva personalmente il manoscritto e poi, quando era lui a parlarne, quelle storie improvvisamente assumevano tutta un’altra dimensione perché riusciva a scorgere aspetti interessanti e soprattutto ad individuare il talento, infatti Antonio ha fatto nascere anche altri scrittori.

Quali libri dello scrittore ha trascritto?

Non ve li dico tutti perché alcuni poi non sono usciti, ma il più importante è Sostiene Pereira che mi ha dettato al tavolo verde dove avete fatto merenda. Aveva il suo quaderno e si sedeva ad una poltrona che ora è in un’altra stanza. Leggeva il quaderno e, dopo aver letto, vedevo che ricorreggeva ininterrottamente. Poi ci sono stati altri racconti per i quali non c’era nessun quaderno e che mi dettava a voce e il mio lavoro era importante perché si trattava della prima traccia di quella idea.

Ma lui scriveva solo sui quaderni o anche al computer?

Assolutamente no, scriveva solo sui quaderni, mai al computer perché gli dava fastidio il ronzio stesso. Gliel’ho anche proposto qualche volta, perché la trascrizione sul quaderno faceva nascere delle imprecisioni, quindi sarebbe stato più semplice scrivere al computer, poi era anche il momento in cui ci stavamo digitalizzando, ma lui non voleva assolutamente. Sosteneva che il ronzio stesso del motore del computer lo disturbava come fosse il ronzio di un moscone nella stanza, insomma c’era un silenzio assoluto.

Che tipo di scrittore era Antonio?

Uno scrittore, innanzitutto, è una persona che scrive ogni giorno, continuamente. Così faceva lui. Quando non scriveva c’erano dei momenti in cui rideva, scherzava, parlava con gli amici, però nella giornata c’erano dei momenti di assenza in cui si vedeva che dentro di sé pensava continuamente. Quando si dice uno scrittore si intende appunto una persona che scrive ogni giorno, sui quaderni ma anche su ciò che capitava e ogni inizio poteva essere quello buono, il racconto importante e di inizi ce ne sono stati tanti.

Lascia un commento

Chiudi il menu