Intervista a Maria José de Lancastre

Un’altra importante tappa nel nostro percorso di conoscenza dell’autore è stata la visita alla sua casa in via Magagna n. 21. Qui, in questo edificio giallo, la cui facciata è ombreggiata da un grande platano, Antonio Tabucchi ha trascorso parte della sua infanzia, tornandovi poi ad abitare da adulto. In questo luogo privilegiato del nostro scrittore abbiamo incontrato la moglie Maria José de Lancastre, che ci ha accolto con grande disponibilità, rispondendo a tutte le domande e anche a qualche curiosità.

Vecchiano, martedì 7 maggio 2019

Antonio Tabucchi aveva un attaccamento speciale a Vecchiano?

Sì, certo, diceva che vi aveva trascorso un’infanzia felice, ha scelto di viverci per un lungo periodo quando era già sposato, e poi ha descritto il paese nel suo primo libro, Piazza d’Italia. Non è scritto in quel libro che si parla di Vecchiano, però si riconoscono facilmente i luoghi, la piazza, la torre, il lago, le cave, la marina, e anche alcuni personaggi del passato, figure di cui aveva certamente sentito raccontare le storie o che aveva ancora conosciuto. Il libro ci racconta di un passato difficile di questo paese, quando la vita era molto dura, la gente era povera, e per aiutare a sopportare le fatiche quotidiane si mescolava un po’ di fantastico alla realtà, e lui ha saputo raccontare tutto questo. Credo che sia uno dei suoi libri più importanti, non solo perché tante cose sarebbero rimaste dimenticate ma anche perché lui ha saputo raccontarle letterariamente, cioè trasfigurandole, dando loro una dimensione universale, per cui quel libro è tradotto e capito in Giappone (per dire un luogo molto lontano da Vecchiano): questo è il potere della letteratura.

C’è una canzone che vi lega nel vostro rapporto?

Strangers in the night, questa è quella che mi è venuta in mente, ma anche le canzoni dei cantautori, come Fabrizio De André, e alcuni fados di Amália Rodrigues.

Qual era il piatto preferito di Tabucchi?

Mi vengono in mente solo piatti portoghesi. Posso dire che la sua famiglia, sua madre e sua nonna cucinavano molto bene e noi, tutti i fine settimana, andavamo a mangiare da loro. Erano sempre crostini col fegato, la ribollita, il coniglio fritto, tutte queste cose gli piacevano tantissimo, insomma piatti toscani; anche piatti portoghesi, l’Açorda de marisco, il pancotto con i frutti di mare, che è un piatto con l’aglio, un piatto forte, o anche i Peixinhos da horta (‘pesciolini dell’orto’): fagiolini avvolti in una pastella fine e fritti, e poi mangiati con la salsa di pomodoro.

Le ha mai raccontato un sogno che le è piaciuto particolarmente?

Ho due risposte, una che ho pensato subito a Pereira che racconta tutta la vicenda di cui è stato protagonista, e quando arriva a parlare dei sogni che ha fatto non li racconta mai, perché “i sogni non si raccontano”, dice lui, sono cose intime. Antonio non mi raccontava quasi mai i suoi sogni, ma ho trovato in un’agenda il racconto di un suo sogno, di quando era già nata la nostra nipote Beatrice, e dice più o meno così: “Stanotte ho sognato il nonno Cesarino. Io avevo Beatrice per mano, ci siamo incontrati e ho detto a nonno Cesarino: nonno questa è Beatrice. E poi ho detto a Beatrice: Beatrice questo è nonno Cesarino, e tutti e due ridevano ed eravamo molto felici”. Bisogna dire che il nonno Cesarino era morto da molto tempo, sarebbe stato il bisnonno di Beatrice e non l’ha mai conosciuta, dunque il sogno ha permesso ad Antonio di far incontrare persone che sono state nella sua vita, ma in tempi molto lontani fra di loro.

Qual era la prima cosa che si siete detti quando vi siete conosciuti?

Lui mi ha chiesto se mi piaceva la letteratura, e me l’ha chiesto in francese, perché io non conoscevo l’italiano e lui non conosceva il portoghese.

Se dovesse usare due aggettivi per descrivere Antonio, quali userebbe?

Senza pensarci troppo: coraggioso e imprevedibile.

Tra i libri di Antonico ce n’è uno che preferisce?

Sì, è un libro di racconti: Il gioco del rovescio.

La prima volta che lo ha visto cosa ha pensato?

Ho pensato che mi piaceva, non era molto alto, era biondo, col viso magro, gli occhi chiari e seri, poi quando sorrideva il suo viso si illuminava.

Ma quando Antonio stava in casa, faceva lavori domestici o stava sempre sui libri?

Domanda interessante. Ti posso dire che negli ultimi anni, a un certo punto, lui scoprì il cucinare. Fu una scoperta importantissima. Scoprì che, cucinando, soprattutto facendo il sugo, che è una cosa che può prendere molto tempo, poteva rimuginare pensieri e inventare storie. Per cui voleva cucinare solo lui, all’inizio il risultato fu un po’ misero, delle pastasciutte e delle salse poco riuscite, poi però diventò un bravo cuoco e si sbizzarrì in piatti più elaborati.

Dove era solito scrivere?

Scriveva in piedi, appoggiato alla madia, in sala da pranzo, perché così non aveva mal di schiena, e poteva passeggiare nella stanza di tanto in tanto. In un’intervista che detti a un giornale francese mi fecero la stessa domanda, e risposi loro che, in ogni casa dove andavamo a stare, gli procuravo una scrivania, ma lui non ci si sedeva mai, voleva essere libero.

In che parte di Lisbona è nata e in che parte vive?

Sono nata nello stesso quartiere dove vivo, non nella stessa casa, ma nello stesso quartiere, São Mamede. Un quartiere molto simpatico, perché molto vario. C’è gente di tutti i tipi. Ci sono ancora dei vecchietti che abitano lì da una vita e qualche botteguccia insieme ai ricchi negozi nuovi. Purtroppo ora è diventato un quartiere un po’ “in”, come si dice, nel senso che i turisti sono per le strade come a Firenze. Lisbona è diventata oramai un posto di moda, c’è questa forte presenza del turismo. Comunque sono vicina al Giardino botanico e ad un altro giardino molto simpatico, il Jardim do Príncipe Real, dove andrete senz’altro, in cui c’è un albero secolare, un Cedro-do-Buçaco, i cui rami sono retti da una larga armatura di ferro e sotto ci state tutti perché è veramente grande. È una zona di molta luce, un po’ alta, sapete che Lisbona è un po’ come Roma, con i sette colli, è dunque un colle. In questo quartiere c’è anche il Museo di Storia Naturale e ci sono molte strade ripide che scendono verso il fiume e che diventano addirittura pericolose quando c’è la pioggia leggera, perché nei marciapiedi ci sono dei cubi di porfido bianco che diventano lisci con la pioggia. Davanti al giardino botanico comincia una di queste strade e in fondo si vede il fiume, il Tago in italiano, il Tejo. Una delle sue caratteristiche principali è che è larghissimo e dunque sembra quasi il mare (d’altronde siamo molto vicini al mare), è già l’estuario del fiume per cui è bello, animato, ci sono barche, traghetti, navi.

Che cosa ci consiglierebbe di vedere a Lisbona?

Se andate a Lisbona, una cosa bella da fare è questa breve passeggiata in traghetto sul fiume, in cui si vede la città davanti a noi, maestosa. Ad Antonio piaceva molto questo giardino botanico vicino a casa, ma Lisbona è piena di bei posti da vedere. Per esempio, c’è tutta una zona che si chiama Belém, che sarebbe Betlemme, in cui c’è un monastero molto bello, dos Jerónimos, in italiano dei Gerosolomitani e lì c’è un sacco di cose da vedere: il chiostro, dove è ora la tomba di Fernando Pessoa, mentre all’interno del monastero ci sono quella del poeta Camões e quella del navigatore Vasco de Gama, entrambi vissuti nel Cinquecento. Poi c’è un Centro di arte moderna molto grande, che comprende un museo, giardini, sale di spettacolo. Ma direi che una cosa piacevole di Lisbona sono gli spazi grandi, la zona di Belém è vasta, c’è un giardino enorme davanti al Monastero, con un monumento alle Scoperte, poi la casa del Presidente della Repubblica tutta rosa, e poi vari altri musei, come quello delle carrozze. Poi c’è la piccola torre di Belém da dove dicono sono partiti i navigatori nel Cinquecento. E tra gli altri musei, uno nuovissimo, Museo del Design e arti visive, bellissimo da vedere dal fiume perché ovoidale, con una forma avveniristica, un museo di arte contemporanea. Poi, verso Oriente, ci sono tante altre cose: il Castello, un po’ rifatto, però si può sognare e immaginarlo al tempo degli Arabi, la Cattedrale, il quartiere Kasbah dell’Alfama, e anche tanti edifici moderni e modernissimi. Poi una visita va fatta assolutamente alla Fondazione Gulbenkian e al suo meraviglioso giardino.

Questo articolo ha un commento

  1. Un’iniziativa encomiabile Ovidio. Interessante la domanda alla moglie su come Antonio Tabucchi passasse il tempo in casa e la risposta “negli ultimi anni si dedicò alla cucina”. Mi ha divertita l’idea che a lui piacesse dedicarsi ai sughi, perché “girare la salsa era come un pò rimuginare i pensieri”.
    Quello che fai è tramandare l’eredità di Tabucchi senza clamori, ma caparbiamente. In punta di piedi.

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